L'amante, rabbia e desiderio

Pubblicato il 3 settembre 2026 alle ore 11:06

Ho iniziato L’amante di Marguerite Duras assolutamente per caso, in uno di quei pomeriggi di noia in cui prendi un libro senza aspettarti granché. E invece, meraviglie delle meraviglie, ho trovato un’autrice che mi ha incantata.

E questa cosa mi irrita anche un po’, perché adesso naturalmente mi toccherà leggere tutto il resto.

Duras mi ha conquistata praticamente subito. Ha un modo di scrivere asciutto e feroce, senza tanti convenevoli: le cose le dice e basta. Anche quelle enormi. Anche quelle terribili. E lo fa con una nonchalance che mi ha spiazzata, come se stesse raccontando la cosa più normale del mondo. C’è una fame nella sua scrittura che si sente in ogni riga, ma senza mai avere l’impressione che voglia impressionarti a tutti i costi. Ti mette tutto davanti e poi, be’, arrangiati.  E forse la cosa che mi ha stupita di più è proprio il modo in cui racconta il sesso e un amore profondamente carnale senza diventare mai volgare, né compiaciuta. Anzi, a tratti sembra quasi che non le interessi nemmeno scandalizzarti. Succede. Punto.

Perché quello tra la ragazza e l’amante, in fondo, non è nemmeno un amore che nasce semplicemente dal desiderio. Nasce dalla mancanza. Dal bisogno di riempire un vuoto molto più antico, scavato da una famiglia in cui l’amore sembra essere sempre subordinato a qualcos’altro: ai soldi, alle convenienze, alle preferenze, alla sopravvivenza.

La madre e i fratelli non hanno nome. E no, cara Marguerite, non credo proprio sia un caso. Quella famiglia è forse la parte che mi ha fatto più male. Perché Duras racconta una cosa molto semplice e molto brutta: a volte le persone che dovrebbero proteggerti sono anche quelle capaci di ferirti più profondamente. E non necessariamente perché siano dei mostri. A volte semplicemente perché sono quello che sono. Il che, se possibile, è ancora peggio.

Dentro L’amante ho sentito soprattutto una rabbia sorda. Non quella che urla, rompe piatti e sbatte porte, sarebbe quasi più facile. È una rabbia lucidissima, che attraversa tutto il racconto senza mai esplodere davvero. Duras la tiene stretta e la trasforma in qualcosa di molto più potente: una specie di arma. Ogni parola è un colpo a freddo. Ogni frase dice: io questa cosa l’ho vista, l’ho vissuta e adesso la racconto senza addolcirla per far stare meglio voi.

Ecco, grazie tante.

Ma è proprio questa rabbia trattenuta che, per me, diventa r-esistenza. Non c’è consolazione, non c’è la rassicurante promessa che dal dolore usciremo tutti persone migliori, possibilmente accompagnati da una bella musica in sottofondo. Qui non si guarisce per forza. Non si cambia per forza. E soprattutto non si finge. Si guarda il dolore in faccia.

E forse la libertà sta proprio lì: non nel cancellare quello che è successo, ma nel riuscire finalmente a raccontarlo senza lasciargli più il potere di decidere chi sei.

Leggere L’amante è stato un po’ come trovarmi in una stanza dove non entra aria e scoprire, inspiegabilmente, di non avere nessuna voglia di uscire.

Duras non cerca di essere simpatica. Non cerca di consolare. Non cerca nemmeno particolarmente di farsi capire. Scrive quello che deve scrivere e poi, sostanzialmente, si arrangi il lettore.

E io, da brava Sagittario, davanti a una donna che sembra dire questa è la mia storia, questa è la verità che ne faccio io e se non vi sta bene pazienza, potevo forse non innamorarmi?

Temo di no.

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