Villa del seminario, la Storia passa anche dai piccoli paesi

Pubblicato il 7 settembre 2026 alle ore 14:36

Come già sapete, io con le quarte di copertina ho un rapporto complicato. Le leggo male, o meglio: le leggo di fretta, convinta che basti una parola, un’atmosfera, forse anche solo una copertina azzeccata per capire se un libro fa per me. Metodo scientifico impeccabile, insomma.

Così anche questa volta mi sono tuffata dentro Villa del seminario di Sacha Naspini senza sapere bene cosa aspettarmi. E devo dire che, ogni tanto, la mia discutibile strategia paga. Villa del seminario è un libriccino che è un continuo sudore freddo. Non succede tutto e subito, non ci sono grandi effetti speciali. C’è qualcosa di cupo, umido, quasi claustrofobico nell’atmosfera che Naspini costruisce, e più si va avanti più si ha la sensazione che qualcosa debba inevitabilmente rompersi.

È il primo libro che leggo di Naspini e la cosa che mi ha conquistata di più è forse proprio questa: riesce a raccontare una storia enorme restando dentro un mondo piccolissimo. Perché qui la Storia, quella con la maiuscola, arriva in un paese fatto di persone che fino a un attimo prima erano semplicemente occupate a vivere. E improvvisamente entra nelle case, nelle conversazioni, nei rapporti tra vicini. Costringe tutti, in un modo o nell’altro, a prendere posizione. O a non prenderla, che a volte è comunque una posizione.

E per chi, come me, è cresciuto in un piccolo paese, il meccanismo è terribilmente familiare. I personaggi sembrano avere facce già viste: il chiacchierone del bar, la donna che sa tutto di tutti (possibilmente prima ancora che succeda), il prete che osserva un po’ troppo, quello che parla, quello che tace, quello che sa ma sarebbe meglio non sapesse.

Naspini riesce a costruire una comunità vera, con le sue meschinità, le paure, gli slanci, le contraddizioni. Nessuno sembra esistere soltanto per far avanzare la trama: sono persone, e come tutte le persone sono capaci di essere coraggiose un momento e vigliacche quello dopo. Ed è forse questo che rende tutto più doloroso. Di fronte a qualcosa di enorme e terribile non diventiamo automaticamente eroi o mostri. Molto più spesso restiamo esseri umani, con tutto il casino che ne consegue.

Arrivata all’ultima pagina mi è dispiaciuto lasciarli andare. Avrei voluto restare ancora un po’ lì, sapere che cosa sarebbe successo dopo, continuare ad ascoltare le loro storie. Come quando finisce una chiacchierata che non avevi nessuna voglia di interrompere.  Poi, finito il libro, ho scoperto che la storia si ispira a fatti realmente accaduti: durante la Seconda guerra mondiale, nella zona di Roccatederighi, in Maremma, un seminario fu davvero affittato ai fascisti e trasformato in un campo d’internamento.

E questa scoperta ha spostato qualcosa. Perché improvvisamente quella sensazione di vicinanza, quel paese che potrebbe essere il tuo, quelle persone che sembrano quelle incontrate mille volte, assumono un significato diverso. La Storia spesso la immaginiamo lontana, ordinata nei capitoli dei libri, fatta di date, nomi e grandi avvenimenti. Ma la Storia è passata soprattutto da posti così: paesi minuscoli, strade qualunque, edifici che magari oggi guarderemmo senza sapere cosa è successo dentro. Ed è stata fatta anche dalle scelte grandi, piccole, coraggiose, terribili o semplicemente umane di persone normalissime.

Forse è questo che mi rimane più di Villa del seminario: l'idea che la memoria non appartenga soltanto ai grandi eventi, ma anche alle storie piccole che rischiano di sparire se nessuno decide di raccontarle. E Naspini, questa storia, l’ha raccontata davvero bene.

Adesso sul comodino mi attende Le case del malcontento. In teoria dovrei prima smaltire la pila di libri che mi guarda con crescente disapprovazione da mesi. In teoria.

Ma tanto lo sappiamo tutti come andrà a finire. Sto mentendo sapendo di mentire.

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