Ho fatto fatica con La confessione di Schroder. Parecchia.
Forse perché questo genere di letture non fa proprio per me, forse perché la storia non è mai riuscita a coinvolgermi fino in fondo. O forse, più semplicemente, perché Eric Schroder mi è stato antipatico quasi da subito.
Il che, sospetto, sia assolutamente voluto.
Perché questa è una confessione piuttosto strana: Eric confessa, sì, ma non sembra affatto in cerca di redenzione. Più che altro si giustifica. Racconta la sua versione dei fatti con la sicurezza di chi è convinto che, se solo avremo tutti gli elementi, alla fine non potremo che dargli ragione.
Spoiler: non è successo.
Anzi, il problema è proprio che Eric è una specie di specchietto per le allodole. Ti racconta le cose dal suo punto di vista e, per qualche istante, tutto sembra quasi avere un senso. Poi ti fermi e pensi: un momento. Studiare i vari stadi di putrefazione di un cadavere animale insieme alla figlioletta di cinque anni forse non è esattamente un’attività padre-figlia consigliate.
Ed è stato questo a mettermi più a disagio: non tanto sapere che Eric mente – quello lo scopriamo molto presto – quanto non riuscire mai a capire dove finisca la menzogna e dove cominci la sua personalissima percezione della realtà.
Io, però, a un certo punto avevo bisogno di qualcosa di certo. Una verità piccola piccola. Una rispostina da mettere lì e dire: bene, almeno questo l’abbiamo capito.
Amity Gaige non era dello stesso avviso.
E così le domande si accumulano.
Che cosa ha vissuto davvero Eric in Germania? Che cosa è successo nella sua infanzia? Quanto possiamo fidarci di ciò che ci ha raccontato? E soprattutto: proprio quando suo padre sta per parlare, proprio quando finalmente penso ECCOCI, ORA SAPREMO…
Eric scappa.
Ma come scappa?!
Torna indietro, Eric! Tuo padre stava per dirci delle cose!!!
A tutto questo si aggiunge una trama che, da neomamma, non poteva capitarmi in un momento peggiore. Alcune pagine le ho lette davvero con le mani sudate e quella simpatica sensazione per cui vuoi disperatamente sapere come andrà a finire e contemporaneamente rimpiangi il momento in cui hai aperto il libro.
A lettura conclusa, però, mi è rimasto un dubbio: e se tutto questo fastidio fosse esattamente il punto?
Forse da un uomo che ha passato la vita a inventarsi non poteva arrivare una confessione limpida e ordinata. Forse cercare la verità nella versione di Eric è proprio il gioco – parecchio snervante – in cui Amity Gaige voleva trascinarci.
E allora va bene, Amity. Ho capito, più o meno, ma non sono sicura di averti perdonata.
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