Baba Dunja vive a Černovo, un paesino nella zona contaminata di Černobyl’. Uno di quei posti da cui tutti sono scappati e in cui, ragionevolmente, nessuno dovrebbe avere una gran voglia di tornare.
Baba Dunja, invece, ci torna.
Perché quella è casa sua. C’è il suo orto, ci sono i suoi vicini, c’è la vita che conosce. Ci sono anche le radiazioni, certo, ma a quanto pare non si può avere tutto.
E a me, una donna così, piace già un botto.
All’inizio potrebbe sembrare semplicemente una vecchina cocciuta che ha deciso di passare gli ultimi anni della sua vita in un paesino dimenticato dal Signore. Ma Baba Dunja mi ha ricordato un po’ Renée de L’eleganza del riccio: dietro un’apparenza dimessa c’è molto, molto di più.
Baba Dunja ha vissuto in città, ha lavorato come infermiera e ha passato buona parte della sua vita a prendersi cura degli altri. È una donna intelligente, lucida, con uno sguardo sulle persone e sul mondo molto più acuto di quanto si potrebbe pensare incontrandola mentre traffica nel suo orticello in mezzo alla zona contaminata.
E forse proprio perché ha passato una vita ad aiutare gli altri, adesso di essere aiutata lei non ne vuole sapere.
Per andare in città deve camminare due ore, prendere un autobus, fare la spesa per sé e per i vicini e poi rifare tutto al contrario con le borse cariche. Potrebbe chiedere aiuto? Certo. Lo farà? Neanche morta.
Baba Dunja è orgogliosa, caparbia e indipendente fino allo sfinimento. E questa sua ostinazione si vede anche nel rapporto con le persone che ama di più. Sua figlia e sua nipote vivono lontano e lei, pur di non rischiare di “contaminare” la loro vita con la propria, preferisce quasi rinunciare ad averle accanto. Se le immagina da lontano, felici, al sicuro, dentro una vita perfetta che Černovo non deve sporcare. Ed è forse questo l’aspetto di Baba Dunja che mi ha fatto più tenerezza. Perché nella sua testa quella distanza è una forma d’amore: se lei si tiene abbastanza lontana, la vita della figlia e della nipote potrà rimanere intatta, pulita, al sicuro. Poco importa se per farlo deve accontentarsi di immaginarle, riempiendo da sola tutti gli spazi che non conosce della loro quotidianità. È un modo di voler bene tremendamente da Baba Dunja: generoso e doloroso, ma anche cocciuto. Perché, naturalmente, ha deciso lei che questa sia la cosa migliore per tutti e guai a provare a convincerla del contrario. Perché Baba Dunja si prende cura di tutti, ma quando si tratta di permettere agli altri di fare altrettanto con lei, possiamo anche smettere di discutere.
A tenerle compagnia, comunque, non manca nessuno. Ci sono i pochi anziani tornati a Černovo, ci sono i gatti – quelli vivi – e ci sono anche i fantasmi. I morti ogni tanto tornano, Baba Dunja ci scambia qualche parola e poi ognuno continua per la propria strada. La cosa meravigliosa è che non c’è bisogno di spiegare niente: fanno semplicemente parte del suo mondo. Vivi e morti, presenti e assenti, tutti continuano in qualche modo ad abitare Černovo insieme a lei.
Io, a questo punto, ne ero già completamente conquistata.
E mentre me ne stavo bella tranquilla tra orti, vecchietti, gatti, fantasmi e radiazioni, a un certo punto succede una cosa. Non vi dirò quale. Vi dico soltanto che non mi aspettavo minimamente che il libro prendesse quella piega. Ho avuto proprio un momento da: aspetta, COSA?
Poi, col senno di poi, ci ho ripensato. E certo, certo che poteva succedere. Era una cosa tremendamente da Baba Dunja.
Anche la scrittura di Alina Bronsky mi ha conquistata: sagace, ironica, mai inutilmente sentimentale. E poi, quando meno te lo aspetti, cambia registro e diventa delicata, a tratti quasi lirica. E così, senza che nessuno mi avesse avvisata, un paio di volte gli occhi lucidi mi sono venuti davvero.
Baba Dunja è stata una bellissima scoperta: una donna che sembra semplice e invece semplice non lo è per niente, che ha passato la vita a occuparsi degli altri e che adesso rivendica con una testardaggine quasi commovente il diritto di occuparsi soltanto della propria vita. A modo suo, naturalmente.
E niente, io a Baba Dunja mi sono affezionata parecchio. Lei, probabilmente, avrebbe alzato le spalle e sarebbe tornata a occuparsi del suo orto.
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