Mi sono imbattuta in Dolores Redondo praticamente per caso. Il guardiano invisibile, primo volume della Trilogia del Baztán, mi era stato regalato anni fa e, lo ammetto, è rimasto per un bel po’ a prendere polvere sullo scaffale.
Poi è arrivata la pandemia. E quale momento migliore per rispolverare libri abbandonati da tempo immemore?
E niente, bellissima scoperta.
La trilogia segue Amaia Salazar, ispettrice della Policía Foral della Navarra, che torna a Elizondo, il paese in cui è cresciuta, per indagare su una serie di omicidi. Il problema è che tornare a casa significa anche ritrovarsi immersa in tutto quello da cui, per anni, ha cercato di tenersi alla larga. Soprattutto dalla sua famiglia.
E quando si parla di famiglie disfunzionali, ECCOMI.
Amaia mi è piaciuta proprio per questo. È intelligente, razionale, tenace, abituata a cercare spiegazioni e prove, ma il ritorno a casa la rimette continuamente davanti alla bambina che è stata, alle sue paure e a tutto quello che pensava di essersi lasciata alle spalle. E nei tre romanzi – Il guardiano invisibile, Inciso nelle ossa e Offerta alla tormenta – l'indagine poliziesca e quella sul suo passato finiscono inevitabilmente per intrecciarsi sempre di più.
Poi c'è tutto il resto: i delitti, i segreti, le leggende, il folklore basco, quelle creature che continuano a insinuarsi nella storia lasciandoti nel dubbio tra ciò che appartiene alla realtà e ciò che viene da qualcosa di molto più antico. Redondo costruisce un mondo in cui il razionale e il soprannaturale convivono senza pestarsi troppo i piedi,. Ma, per quanto mi siano piaciute la storia e Amaia, la cosa che mi ha conquistata davvero è stata un’altra: i luoghi.
I boschi. La pioggia. Le montagne. I fiumi. Quel verde fitto e umido che sembra inghiottire tutto. La natura nei libri di Redondo è ovunque e io, dopo poche pagine, ero già mentalmente partita con scarponcini e zaino in spalla. Mi sono innamorata di quei paesaggi al punto che, qualche anno dopo, i Pini hanno affrontato un viaggio di più di mille chilometri che ci ha portati anche ad attraversare quelle zone. E lì, davanti a quei boschi e a quel verde che sembrava non finire mai, il pensiero è stato inevitabile: eccoci qui.
Mi sono innamorata così tanto di quei paesaggi al punto che, qualche anno dopo, con Pino affrontato un viaggio di più di mille chilometri a bordo della nostra Pandina che ci ha portati anche ad attraversare quelle zone. E devo dire che ritrovarsi davvero in mezzo a tutto quel verde mi ha fatto un certo effetto. Un po’ come vivere, per qualche chilometro, una storia che ho amato, con il vantaggio, non trascurabile, di non dover indagare su nessun omicidio.
Tutto per colpa di un libro che era rimasto per anni a prendere polvere su uno scaffale.
Ah, dove non ti porta la lettura!
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