Me lo ricordo ancora come se fosse ieri.
Una Pina più che ventenne entra in libreria a fare scorta prima di un viaggio che l’avrebbe portata lontano da casa per un anno. Esce soddisfatta con il suo bottino, si siede a bere un caffè e pensa di prendersi dieci minuti per fare mente locale: cosa manca? Cosa devo ancora preparare? Avrò dimenticato qualcosa?
Non l’avessi mai fatto.
Apro Amabili resti.
Tre ore dopo ero ancora lì.
Ho letto praticamente tutto il libro seduta a quel tavolino, dimenticandomi del caffè, delle valigie, delle ultime incombenze e probabilmente anche del fatto che di lì a poco avrei dovuto trasferirmi a migliaia di chilometri di distanza da casa.
D’altronde, per me Amabili resti ha uno degli incipit più belli di sempre. Alice Sebold non perde tempo: Susie Salmon ha quattordici anni ed è morta. È stata violentata e uccisa da un uomo del suo quartiere e a raccontarci quello che è successo è proprio lei, da una specie di paradiso tutto suo. Da lì osserva la vita che continua senza di lei: la sua famiglia che cerca di sopravvivere alla sua assenza, gli amici che crescono, il suo assassino che continua a vivere indisturbato.
E detta così sembra una lettura da cui stare alla larga se si ha voglia di trascorrere un pomeriggio sereno.
E invece ricordo soprattutto la bellezza della scrittura.
Sebold riesce a raccontare qualcosa di terribile senza trasformare il libro in una sequenza di orrori. Al centro, almeno per me, non c’è tanto la morte di Susie quanto tutto quello che rimane dopo. Il vuoto che lascia nelle persone che l’amavano, il modo diverso in cui ognuno prova ad andare avanti, il tempo che passa anche quando vorresti fermarlo. E poi Susie, che osserva tutto mentre cerca, in qualche modo, di staccarsi da quella vita che avrebbe dovuto essere ancora sua.
Ricordo di aver pensato che ogni parola fosse esattamente dove doveva essere. Una di quelle scritture che sembrano semplici e poi provi a capire perché funzionino così bene e niente, lasci perdere.
Molti anni dopo ho scoperto anche quanto la storia personale di Alice Sebold fosse dolorosamente vicina ad alcuni dei temi del romanzo. A diciotto anni, quando era studentessa alla Syracuse University, Sebold fu aggredita e violentata. Anni dopo raccontò quell’esperienza in Lucky, memoir pubblicato nel 1999, mentre il romanzo che sarebbe diventato Amabili resti era già in lavorazione.
La storia di Lucky, però, ha avuto un seguito terribile. Anthony Broadwater, l’uomo condannato per quell’aggressione, ha trascorso sedici anni in carcere continuando a dichiararsi innocente. Nel 2021 la condanna è stata annullata dopo il riesame di un processo segnato da gravi errori: Sebold non lo aveva riconosciuto durante il confronto all’americana e tra le prove utilizzate contro di lui c’era anche un’analisi microscopica dei capelli successivamente screditata. Sebold gli ha poi chiesto pubblicamente scusa, riconoscendo il ruolo che, inconsapevolmente, aveva avuto in un sistema che aveva mandato in carcere un innocente. In seguito gli editori statunitense e britannico hanno sospeso la distribuzione di Lucky.
E qui arriviamo a me.
Perché una decina d’anni dopo quella famosa lettura al tavolino del bar, girando per un mercatino dell’usato, cosa trovo?
Lucky.
L’ho preso senza pensarci due volte. All’epoca conoscevo la storia di Sebold, ma non tutto quello che sarebbe emerso dopo sul caso Broadwater.
Da allora Lucky è lì, in libreria, in attesa. Ogni tanto lo guardo e penso che dovrei finalmente leggerlo. Poi lo rimetto al suo posto.
Ma arriverà il momento. Del resto, ormai dovrei averlo capito: i libri che rimangono a lungo sui miei scaffali tendono ad avere un certo talento nel farsi perdonare l’attesa.
Aggiungi commento
Commenti