Se qualcuno avesse detto alla Pina bambina che un giorno avrebbe avuto una casa invasa dai libri, probabilmente lei avrebbe alzato le spalle e sarebbe tornata a fare quello che le riusciva meglio: inventare storie. Perché, per quanto possa sembrare strano, da piccola non mi piaceva leggere. Mi piaceva moltissimo ascoltare le storie, questo sì. E ancora di più inventarne di nuove, costruire mondi, immaginare personaggi e decidere che cosa sarebbe successo loro. Ma leggere? Quella era un'altra faccenda. Evidentemente preferivo che qualcun altro facesse la fatica di decifrare le parole, mentre io mi occupavo della parte creativa. Una divisione dei compiti che, a ben pensarci, mi sembrava assolutamente ragionevole.
A scuola, poi, le cose non sono andate esattamente a gonfie vele. Non sono stata una studentessa modello e, senza voler scaricare tutte le responsabilità sul corpo docente (anche se, credetemi, avrei parecchio materiale a disposizione!), devo ammettere di aver incontrato lungo il cammino insegnanti che non hanno fatto molto per farmi innamorare della lettura. Anzi, in qualche caso hanno ottenuto il risultato opposto. Diciamo che, se esistesse un premio per il talento di scoraggiare giovani menti, avrei qualche candidatura da proporre. Insomma, la mia storia d'amore con i libri è cominciata piuttosto tardi, verso la fine del liceo. E, come tutte le storie d'amore che si rispettino, ha seguito un percorso tutt'altro che lineare.
Le prime coordinate della mia mappa avevano gli occhi grandi e parlavano attraverso le nuvolette. Sono partita dai manga: Video Girl Ai, One Piece e un universo di storie disegnate in cui mi sono tuffata senza troppe esitazioni. Poi sono arrivati i fumetti, soprattutto Dylan Dog, per il quale ho sviluppato una passione a dir poco smodata. Ah, il fascino dell'indagatore dell'incubo! Credo che già allora fosse abbastanza evidente la mia predilezione per le storie un po' oscure, i personaggi tormentati e tutto ciò che sfugge alle rassicuranti regole della normalità. Insomma, le premesse per diventare una lettrice equilibrata c'erano tutte.
Da lì, il passo verso i romanzi è stato meno lungo di quanto si possa immaginare. A indicarmi la strada è stata mia sorella, che negli anni si sarebbe guadagnata sul campo il titolo di spacciatrice ufficiale di libri. Avevo appena visto il primo film de Il Signore degli Anelli e, su suo consiglio, ho deciso di affrontare Tolkien. Una scelta piuttosto ambiziosa per una che, fino a poco tempo prima, non aveva tutta questa confidenza con i romanzi. D'altra parte, perché cominciare con qualcosa di semplice quando puoi partire direttamente per la Terra di Mezzo? E invece è successo qualcosa. Ho scoperto che leggere poteva significare abitare altrove, affezionarsi a persone inesistenti, percorrere strade che non avrei mai trovato su nessun atlante. Soprattutto, ho scoperto che non avevo alcuna voglia di tornare indietro.
A quel punto ho adottato un metodo di esplorazione molto personale: trovare un autore che mi piacesse e leggere tutto quello che aveva scritto. Un sistema rassicurante, certamente, ma non proprio quello che si definirebbe spirito d'avventura. Dopo Tolkien è arrivato Stephen King, e con lui un soggiorno piuttosto prolungato nei territori dell'orrore. Poi Joanne Harris, Stefano Benni, Alessandro Baricco, Neil Gaiman, Valerio Massimo Manfredi e infine Italo Calvino. Autori diversissimi, mondi lontanissimi, ma tutti accomunati da una cosa: una volta entrata nel loro universo, non avevo alcuna intenzione di uscirne prima di aver esplorato ogni angolo. A ripensarci oggi, era un modo curioso di leggere. Mi spostavo da un territorio all'altro, ma una volta trovato un posto che mi piaceva ci piantavo le tende, costruivo una casetta e valutavo seriamente di chiedere la residenza. L'importante era non correre il rischio di incontrare qualcosa che non mi piacesse. Un'esploratrice con un certo attaccamento alle proprie comodità, ecco.
Poi, fortunatamente, la vita ha deciso di complicarmi i piani. A un certo punto sono andata a vivere all'estero. Un'esperienza meravigliosa, certo, ma con un risvolto drammatico che forse soltanto un lettore può comprendere fino in fondo: ho dovuto separarmi dai miei libri. Lo so, c'erano questioni ben più importanti da affrontare. Una nuova lingua, una nuova casa, un nuovo Paese, una vita intera da ricostruire. Ma volete mettere il trauma di lasciare la propria libreria? Avevo accettato di cambiare praticamente tutto, ma evidentemente non avevo considerato fino in fondo le conseguenze di una convivenza forzata con scaffali vuoti.
Così, appena arrivata, mi sono messa alla ricerca di una libreria italiana. Oggi basterebbero trenta secondi su Google Maps, ma all'epoca non avevo questa comodità. Niente indicazioni a portata di mano, niente rassicurante puntino blu a dirmi dove fossi. Solo una discreta dose di ostinazione e la ferma convinzione che, da qualche parte, dovesse pur esserci un posto in cui comprare libri nella mia lingua. Ho vagato, cercato, chiesto informazioni, probabilmente sbagliato strada più volte. Altro che viaggio di formazione: la vera impresa era trovare una libreria.
E alla fine l'ho trovata. Era una libreria bellissima. Di quelle in cui entri per cercare un titolo e finisci per dimenticarti che fuori esiste un mondo. Ci andavo spesso, a volte anche senza comprare nulla. Mi bastava stare lì, circondata da scaffali pieni di parole familiari. Vivere all'estero mi piaceva, ma c'erano giorni in cui anche la persona più entusiasta sente la mancanza di casa. E quella libreria, in qualche modo, era diventata un piccolo rifugio. Un posto dove non dovevo tradurre nulla, dove le storie parlavano la mia stessa lingua e dove, per qualche ora, la distanza sembrava accorciarsi.
C'era però un piccolo problema. Era una libreria indipendente, e sugli scaffali trovavo soprattutto autori e case editrici di cui non avevo mai sentito parlare. Il mio collaudatissimo sistema di lettura, quello del «trova un autore e non mollarlo finché non hai esaurito la bibliografia», si era improvvisamente inceppato. E adesso? Adesso, cara Pina, ti arrangi.
Ho cominciato a prendere in mano libri sconosciuti, lasciandomi incuriosire da titoli, copertine, editori e, soprattutto, dal piacere di non sapere esattamente che cosa mi sarei trovata davanti. Le quarte di copertina? Quelle potevano continuare a vivere indisturbate, senza il mio contributo. In fondo, avevo passato anni a scegliere libri sapendo già benissimo chi li avesse scritti: forse era arrivato il momento di complicarmi un po' la vita. Qualche volta ho sbagliato clamorosamente, altre volte ho trovato storie che non avrei mai cercato di mia iniziativa. E ho scoperto che, dopotutto, anche un libro che non mi piace può avere qualcosa da insegnarmi. Come minimo, a essere più prudente la volta successiva. Anche se, a giudicare da certi miei acquisti, non sempre faccio tesoro dell'esperienza.
Ed è stata, senza dubbio, una delle fortune più grandi della mia vita da lettrice. Perché quella libreria non mi ha soltanto fatto conoscere nuovi autori. Mi ha insegnato a essere curiosa. A non cercare sempre qualcosa che assomigliasse a ciò che già conoscevo, a non considerare i miei gusti come confini invalicabili. Ho scoperto che potevo apprezzare libri diversissimi tra loro, anche quelli che, sulla carta, non avrei mai pensato facessero per me. Naturalmente non ho abbandonato del tutto le vecchie abitudini. Se incontro un autore che mi conquista, continuo a provare l'irresistibile impulso di procurarmi l'intera bibliografia. Diciamo che oggi, almeno, cerco di concedergli qualche vicino di scaffale.
E arriviamo alla Pina di oggi. Dopo tutti questi anni, con una libreria sempre più affollata e un numero imprecisato di storie alle spalle, dovrei ormai sapere perfettamente che cosa mi piace leggere. E invece no. Nemmeno per sogno. Per anni, ad esempio, sono stata convinta che le biografie non facessero per me. Poi ne ho letta qualcuna e ho dovuto rivedere le mie posizioni. E non è certo l'unica volta in cui un libro si è preso la briga di smentirmi. A questo punto ho quasi smesso di dichiarare pubblicamente che un genere non mi piace, perché pare che l'universo letterario lo interpreti come una sfida personale.
Più leggo, più mi rendo conto di quanto poco conosca davvero i miei gusti. O forse, più semplicemente, di quanto questi continuino a cambiare insieme a me. E meno male, aggiungerei. Una volta questa incertezza mi avrebbe probabilmente infastidita. Avrei voluto mettere ordine, classificare, stabilire categorie ben precise. Del resto, il mio animo da catalogatrice non si è mai del tutto rassegnato al caos. Ancora oggi, davanti a una libreria da riordinare, riesco a elaborare almeno cinque sistemi di classificazione prima di rendermi conto che nessuno mi soddisfa davvero.
Oggi, invece, trovo che sia proprio questa la parte più interessante. Mi piace pensare alla lettrice che sono diventata come a una mappa che si disegna strada facendo. Ci sono territori che conosco bene, nei quali torno volentieri e dove ormai saprei orientarmi anche al buio. Ci sono lidi idilliaci, posti che sanno di casa, ma anche luoghi in cui mi sono avventurata con grandi aspettative e dai quali sono scappata senza voltarmi indietro. Qualcuno, a dire il vero, avrei preferito non visitarlo affatto, ma ormai il biglietto era stato pagato.
E poi ci sono tutte le zone ancora bianche. Autori che non conosco, generi che ho sempre trascurato, storie che oggi non mi attirano minimamente e che magari, tra dieci anni, diventeranno le mie preferite. Oppure no. Non è detto che ogni territorio debba essere esplorato, né che ogni viaggio debba necessariamente piacermi.
Ripensando alla bambina che preferiva inventare storie piuttosto che leggerle, mi viene da sorridere. Forse non sono cambiata poi così tanto. Continuo ad amare i mondi immaginari, le vite degli altri, le possibilità infinite che si nascondono dietro una storia. Ho semplicemente scoperto che non devo essere sempre io a inventarla.
E così, alla fine, la mia mappa continua a riempirsi di nomi, strade, deviazioni e qualche clamoroso errore di percorso. Non so ancora che forma avrà, né quali territori finirò per esplorare. So soltanto che sarebbe un peccato decidere adesso dove mettere i confini. Certo, una cartina un po' più precisa ogni tanto farebbe comodo. Ma conoscendomi finirei comunque per ignorarla, perdermi da qualche parte e tornare a casa con tre libri che non avevo nessuna intenzione di comprare.
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