Quando ho scoperto che Pino non aveva mai letto nulla di Neil Gaiman, devo ammettere di aver provato un certo stupore. Voglio dire, condividiamo casa, libreria e una quantità imbarazzante di libri, e tu mi vieni a dire che non conosci uno dei miei autori preferiti? Evidentemente, nella nostra convivenza, qualcosa mi era sfuggito.
Naturalmente non mi sono lasciata scappare l'occasione. Ho iniziato a passare mentalmente in rassegna tutti i titoli che avrei potuto consigliargli, con l'entusiasmo di chi ha appena trovato una scusa perfettamente legittima per parlare per mezz'ora di una delle proprie ossessioni. Perché con Gaiman ho sviluppato una specie di feticcio letterario: credo di possedere quasi tutti i suoi libri e, se qualcuno mi chiedesse di sceglierne uno soltanto, probabilmente finirei per consigliargliene ALMENO cinque.
Alla fine ho scelto Stardust. Un po' perché lo adoro, un po' perché mi sembrava il modo migliore per fargli conoscere quel mondo a metà strada tra la meraviglia e l'inquietudine che mi ha fatto innamorare della scrittura di Gaiman. E poi, diciamocelo, quando consigli un libro che ami a qualcuno a cui vuoi bene, c'è sempre una certa apprensione.
Ora, se vi aspettate che vi racconti per filo e per segno le avventure di Tristan Thorn, sappiate che non ne ho alcuna intenzione. Vi basti sapere che c'è un ragazzo disposto ad attraversare un muro per recuperare una stella caduta, convinto che questo possa risolvere le sue pene d'amore. Già da queste premesse si potrebbe intuire che le cose non andranno esattamente secondo i suoi piani. E meno male, aggiungerei.
Il punto è che Gaiman ha capito una cosa che noi adulti, a forza di voler rendere tutto rassicurante, sembriamo esserci dimenticati: le fiabe non sono mai state innocenti. Prima che qualcuno decidesse di ripulirle, addolcirle e confezionarle per accompagnare i bambini verso sonni tranquilli, le fiabe erano luoghi piuttosto pericolosi. Si moriva, si veniva divorati, ingannati, abbandonati nei boschi. E nessuno si preoccupava troppo di risparmiare al lettore qualche incubo. Ecco, Gaiman riparte proprio da lì. Recupera quella componente oscura e primordiale delle fiabe, senza però rinunciare alla meraviglia. Anzi, è proprio il contrasto tra le due cose a rendere le sue storie così irresistibili. Puoi imbatterti in una creatura incantevole e scoprire, poche pagine dopo, che sarebbe stato decisamente meglio starle alla larga. Puoi sorridere per una situazione assurda e ritrovarti, senza quasi accorgertene, con un bel brivido lungo la schiena. E la cosa che più mi affascina è che Gaiman non sembra fare alcuno sforzo per ottenere questo effetto. Ti racconta l'impossibile come fosse la cosa più naturale del mondo, con un'ironia sottile e una certa noncuranza per le nostre aspettative di lettori. Non ti avverte quando stai per entrare in un territorio pericoloso. Del resto, nelle fiabe migliori, nessuno mette un cartello di pericolo all'ingresso del bosco.
Ma soprattutto, Gaiman sa che crescere non significa smettere di avere paura del buio. Significa, semmai, imparare a riconoscere quello che ci si nasconde dentro. Ed è forse per questo che le sue storie, pur avendo tutto l'aspetto di racconti per ragazzi, riescono a parlare così bene anche agli adulti. Perché sotto la magia, le streghe e le creature fantastiche ci sono paure tremendamente umane: perdere qualcuno, non essere amati, desiderare qualcosa che non possiamo avere, scoprire che il mondo è molto meno prevedibile di quanto ci piacerebbe credere.
E qui arriviamo a un'altra questione che mi sta particolarmente a cuore: questa benedetta distinzione tra letteratura per ragazzi e letteratura per adulti. Perché siamo così convinti che una storia popolata da streghe, stelle parlanti e mondi incantati debba necessariamente essere destinata ai più piccoli? E soprattutto, perché continuiamo a pensare che una fiaba abbia meno da insegnarci di un romanzo che si prende terribilmente sul serio?
Stardust è una storia che parla di desideri, di crescita e di tutte quelle cose che crediamo indispensabili alla nostra felicità, salvo poi scoprire che forse avevamo capito ben poco. Tristan parte alla ricerca di qualcosa che pensa di volere e finisce per trovare molto altro. Una dinamica piuttosto familiare, direi, anche per chi non ha mai attraversato un muro magico. Ed è questo uno degli aspetti che amo di più di Gaiman: non ha bisogno di spiegarti che cosa dovresti imparare. Ti racconta una storia, ti lascia vagare tra personaggi improbabili e situazioni inquietanti e, quando finalmente ne riemergi, scopri che qualcosa ti è rimasto, una domanda, magari un dubbio o semplicemente la sensazione che certe cose, viste attraverso una fiaba, risultino improvvisamente più chiare.
E a questo punto potrei anche fermarmi, visto che credo di avervi fornito un numero più che sufficiente di motivi per leggere Gaiman. Ma c'è un ultimo dettaglio: siamo in quel periodo dell'anno in cui le giornate si accorciano, fuori comincia a fare freddo e io sviluppo un'insopportabile tendenza ad associare ogni momento libero a una coperta e a un buon libro. Se cercate qualcosa da leggere in queste settimane, dunque, sapete già che cosa vi suggerirei. E se non stavate cercando niente, pazienza: il consiglio ve lo siete beccato lo stesso.
Fortunatamente Stardust è piaciuto anche a Pino, e confesso di aver tirato un sospiro di sollievo. Non che avessi dubbi sulla sua libertà di avere gusti diversi dai miei, sia chiaro. È solo che, per un attimo, ho temuto di doverla rispettare davvero.
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