Ho scoperto Patrick McGrath qualche anno fa con La lampada del diavolo.
Io super presa bene, entusiasta, con quella meravigliosa sensazione che si prova quando dopo poche pagine pensi: oh. Questo qui mi piace.
E in effetti La lampada del diavolo era un discreto biglietto da visita. Siamo nella Londra del 1975 e Francis McNulty, anziano poeta irlandese, comincia a ricevere in casa una visita piuttosto sgradita: Francisco Franco. Piccolo dettaglio: il vero Franco si trova a Madrid, sul letto di morte. Quindi abbiamo un fantasma? Un’allucinazione? Una mente anziana che comincia a perdere qualche pezzo per strada?
Ma parliamo di Francis. Che incredibile vecchietto! Sagace, ironico, colto, sarcastico quanto basta e con quell’atteggiamento da anziano signore che ormai ha visto abbastanza cose nella vita da potersi permettere di commentare il mondo con una certa libertà. Mi è piaciuto tantissimo stare nella sua testa, anche quando quella testa ha cominciato a dimostrarsi un posto non esattamente affidabile. Francis è stato in Spagna durante la Guerra civile e quello che è successo allora non ha avuto la cortesia di restarsene buono nel passato. Adesso è vecchio, la memoria fa quello che vuole e i fantasmi (veri, presunti, metaforici, fate un po’ voi) hanno cominciato a bussare alla porta.
E lui li accoglie con una lucidità e un’ironia che rendono tutto ancora più invitante. Perché Francis è anche divertente. E questa è forse una delle cose che ho amato di più del romanzo: si può parlare di vecchiaia, morte, guerra, colpa e rimorso senza trasformare ogni pagina in una processione funebre. McGrath riesce a tenere insieme il buio e l’ironia senza che l’uno tolga qualcosa all’altra. Poi, certo, a lui piacciono le teste. Ma soprattutto gli piacciono quando cominciano a diventare posti poco affidabili. Memoria, colpa, ossessione, realtà: prende tutto, mescola per bene e poi ci lascia lì dentro a cercare di capire a chi possiamo credere. E soprattutto, quanto possiamo credere alla persona che ci sta raccontando la storia?
Non è un caso che McGrath sia diventato uno dei nomi legati al cosiddetto New Gothic e che da un suo romanzo, Spider, David Cronenberg abbia tratto un film. Ma il suo gotico non ha bisogno di castelli, cripte e signore in camicia da notte che vagano nei corridoi. Gli basta una mente umana lasciata da sola con i propri fantasmi.
Ed è forse proprio questo che mi aveva conquistata con La lampada del diavolo: McGrath non sembra particolarmente interessato a tranquillizzarti. Ti fa accomodare in un bel salotto comodo, magari con una tazza di tè, ti racconta una storia con grande calma e, quando ormai sei dentro, ti rendi conto che nel frattempo ha già spostato i mobili intorno a te, intrappolandoti.
Finito di leggere questo libro, ero felicissima, super presa bene. (E che bella sensazione, tra l’altro, quando apri un nuovo libro di un autore aspettandoti di trovare proprio quella cosa lì e lui, diligentemente, te la serve. Con McGrath ormai so che finirò dentro la testa di qualcuno in cui, nella vita reale, eviterei accuratamente di mettere piede. E va benissimo così.)
Già pronta a sviluppare una nuova, sanissima ossessione bibliografica e a procurarmi qualsiasi cosa Patrick McGrath avesse mai scritto, compresa probabilmente la lista della spesa. Poi, la Pina razionale ha frenato il mio entusiasmo ricordandomi che, prima di acquistare l'opera omnia di un autore, c’è sempre il rischio della fregatura. Perché un libro può essere un colpo di fortuna. Al secondo cominci già a guardare l’autore con un certo sospetto: vediamo se sei davvero tu o se quella volta ti era semplicemente venuta particolarmente bene. Allora sono giunta a un compromesso: ne ho presi solo un paio.
Tre romanzi dopo, posso affermare che l’ossessione procede regolarmente.
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