I miei stupidi intenti, la vita senza istruzioni

Pubblicato il 27 settembre 2026 alle ore 12:06

Quando l’ho trovato in libreria non ho saputo resistere.

Una storia raccontata da una faina? Già interessante.
Un libro intitolato I miei stupidi intenti? Praticamente un richiamo irresistibile per il mio animo autosabotatore.

Era inevitabile.

E infatti l’ho letto in pochissimo tempo, con quella sensazione un po’ strana di stare capendo qualcosa di molto importante senza essere del tutto sicura di che cosa fosse.

L’ho capito fino in fondo? Non lo so.
Mi è piaciuto? Tantissimo.

I miei stupidi intenti mi ha ricordato La collina dei conigli, probabilmente per il modo in cui prende un mondo animale e ci costringe a guardarlo senza addolcirlo troppo. Ma questa volta si è mosso qualcosa di diverso, più profondo e anche più difficile da mettere a fuoco. Archy è una faina e Zannoni, per fortuna, non sembra mai dimenticarselo. 

Il suo mondo è fatto di fame, freddo, sesso, violenza, paura. Si nasce, si cerca di sopravvivere, si perde qualcuno, si rimane soli. E nessuno arriva a spiegarti che tutto questo servirà a renderti una faina migliore. Che maleducazione, la natura!

Eppure, andando avanti, mi sono resa conto che proprio quella natura così spietata stava raccontandomi qualcosa che evidentemente avevo bisogno di sentirmi raccontare da una faina. E cioè che essere soli non significa necessariamente essere perduti. Che a volte non arriva nessuno a salvarci e, cosa ancora più irritante, scopriamo di potercela fare lo stesso. Ci si arrangia con quello che si ha: un corpo ammaccato, qualche paura, un po’ di esperienza raccattata qua e là e una tenacia che magari non sapevamo nemmeno di possedere.

Archy impara a stare al mondo così. Non attraverso grandi rivelazioni, ma sbattendoci contro. La sopravvivenza non ha niente di eroico. Non c’è necessariamente una ricompensa alla fine, né una morale pronta all’uso. A volte andare avanti significa semplicemente andare avanti. Portarsi dietro quello che è successo, adattarsi, cambiare, perdere qualcosa per strada e scoprire che siamo ancora lì.

Poi, certo, Archy ha anche la pessima idea di cominciare a interrogarsi sul senso dell’esistenza. Perché evidentemente sopravvivere alla fame e ai predatori non era abbastanza complicato. Ed è qui che I miei stupidi intenti diventa qualcosa di più di una storia di animali. Archy scopre le parole, il tempo, Dio, la morte. Inizia a dare un nome alle cose e, nel momento stesso in cui lo fa, non può più tornare indietro. Sapere significa anche diventare consapevoli di ciò che abbiamo perso, di ciò che potremmo perdere e, soprattutto, del fatto che prima o poi perderemo tutto. Una fregatura notevole, la coscienza.

E allora forse quegli stupidi intenti del titolo sono proprio questo nostro ostinarci a desiderare, capire, costruire, cercare un senso sapendo benissimo che niente è garantito. Continuiamo comunque a fare progetti, ad affezionarci, a sbagliare strada e a riprovarci. Con una certa ammirevole mancanza di buon senso. Forse il prezzo dei nostri intenti è qualche cicatrice in più. Ma alla fine credo vada bene così. Perché magari non riusciremo a dare un senso a tutto quello che ci succede — io, per esempio, non sono ancora del tutto sicura di aver dato un senso a tutto quello che Zannoni voleva dirmi — ma nel frattempo avremo vissuto, perso, imparato, resistito.

E avremo tutti la nostra storia da raccontare.

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