Ovviamente i Pini non potevano farsi mancare niente.
Un figlio, una quantità imbarazzante di libri e, perché evidentemente quest’anno ci sembrava ancora troppo tranquillo, anche un trasloco.
Casa nuova significa però una cosa importantissima: libreria nuova. Più grande, più spaziosa e, soprattutto, più capiente. Almeno sulla carta, perché sappiamo tutti come vanno a finire queste cose.
Ed è esattamente in momenti come questo che il mio animo da catalogatrice, solitamente tenuto a bada con una certa fatica, emerge con prepotenza e comincia a passare in rassegna tutti i possibili modi in cui un essere umano possa disporre dei libri su uno scaffale. In ordine alfabetico? Per autore? Per casa editrice? Per genere? Per argomento? Per altezza? Per provenienza? Per colore? No, per colore no, ho ancora una dignità professionale.
Il problema è che nel corso degli anni ne ho provati parecchi.
L’ordine alfabetico, per esempio, è un posto meraviglioso per noi catalogatori: rassicurante, preciso, incontrovertibile. Sai dove si trova un libro e, soprattutto, lo trovi. Non ci sono interpretazioni, associazioni mentali o momenti di smarrimento davanti allo scaffale. La A viene prima della B e su questo, almeno per ora, possiamo stare tranquilli. Poi sono passata alle case editrici, mio ultimo grande esperimento. Anche quello molto soddisfacente: collane tutte insieme, dorsi ordinati, una certa armonia generale e quel piccolo piacere dato dal vedere libri che graficamente sembrano nati per stare vicini effettivamente stare vicini. Per un po’ ho pensato di avercela fatta.
E invece no.
I libri erano facili da trovare, certo, ma più guardavo la libreria più avevo la sensazione che non ci somigliasse per niente. Era ordinata, razionale, persino bella da vedere, ma sembrava la libreria di qualcuno che aveva capito perfettamente cosa stava facendo. Decisamente sospetto.
A questo si aggiungeva un piccolo problema logistico: non c’era più spazio. Così l’elegante organizzazione per case editrici era progressivamente degenerata in libri davanti ai libri, libri sopra i libri, pile orizzontali infilate negli ultimi centimetri disponibili e volumi collocati in luoghi che il progettista della libreria non aveva evidentemente mai contemplato. Il criterio, in teoria, esisteva ancora. In pratica servivano una torcia e una certa predisposizione allo scavo.
Poi è arrivato il trasloco e, con lui, la possibilità di ricominciare.
Ed è qui che, mentre contemplavo scatoloni e scaffali vuoti e sentivo già partire nella mia testa un nuovo piano quinquennale di catalogazione, mi è tornato in mente Roberto Calasso e il suo Come ordinare una biblioteca. Calasso parte da un’idea che, per chi ha un’anima da catalogatore, è quasi destabilizzante: una biblioteca personale non ha bisogno di obbedire a un unico criterio. Può procedere per associazioni, vicinanze, rimandi. Alcuni libri stanno insieme perché sono dello stesso autore, altri perché appartengono alla stessa collana, altri ancora perché parlano tra loro in un modo che magari è evidente soltanto al proprietario della biblioteca. L’ordine non deve necessariamente essere comprensibile a chiunque: può seguire una geografia personale, fatta anche di connessioni che si sono create nel tempo.
La biblioteca, insomma, non deve per forza assomigliare a un catalogo. Può assomigliare alla persona che l’ha costruita. E questa cosa mi ha convinta. O, quantomeno, mi ha fornito un’ottima giustificazione teorica per fare un po’ come mi pareva. Così, per una volta, non ho deciso prima tutte le regole. Ho cominciato a sistemare i libri lasciando che un criterio venisse fuori strada facendo: un po’ per autore, un po’ per casa editrice, un po’ per argomento. Alcuni perché nella mia testa devono semplicemente stare insieme e non vedo perché dovrei mettermi a discutere con me stessa proprio adesso.
E, ta-daaaaan! Il risultato, sorprendentemente, non mi dispiace affatto.
È meno rigoroso di prima, ma molto più nostro. Ci sono gli autori accumulati negli anni, le case editrici a cui siamo affezionati, piccoli nuclei tematici e associazioni che probabilmente non supererebbero il vaglio di nessun sistema biblioteconomico ufficialmente riconosciuto. Ma io so perché quei libri sono lì. O almeno credo. E tanto basta.
E durante questa grande opera di ricostruzione è successo anche qualcosa che merita di essere tramandato ai posteri.
Ho eliminato dei libri.
Aspettate, lo riscrivo.
Ho. Eliminato. Dei. Libri.
Separarsi dai libri è un’attività irrazionalmente difficile. Anche da quelli che non ci sono piaciuti, anche da quelli che non abbiamo mai letto, persino da quell’edizione vecchissima di un romanzo di cui, per motivi che nessuno è tenuto a conoscere, possediamo già altre tre copie. Perché davanti a ogni libro compare puntualmente la stessa domanda: e se poi mi servisse? A cosa debba servirmi precisamente la quarta copia dello stesso romanzo non è dato sapere, ma sul momento sembra sempre un’eventualità perfettamente plausibile.
E poi ci sono loro: i libri non letti. Quelli sono ancora più difficili da lasciare andare, perché rappresentano qualcosa che non è ancora successo. E anche qui Calasso viene in soccorso: una biblioteca non è fatta soltanto di ciò che abbiamo già letto. I libri ancora da leggere ne fanno parte a pieno titolo, perché sono possibilità, percorsi lasciati aperti, incontri che potrebbero avvenire domani, fra dieci anni oppure mai. Una prospettiva che trovo estremamente confortante, soprattutto considerando la quantità di possibilità che attualmente occupa i nostri scaffali.
D’ora in poi, quindi, sia chiaro: non sono arretrati. Sono possibilità.
Questo non significa, però, che ogni libro entrato in casa debba ottenere automaticamente il diritto di residenza eterna. E così, con una maturità che non pensavo di possedere, questa volta qualcosa è uscito. Alcuni libri sono stati regalati, altri sono finiti nella casetta per lo scambio dei libri del paese, pronti a trovare qualcuno che magari li amerà più di quanto abbiamo fatto noi. E devo ammettere che vederli partire è stato meno traumatico del previsto. C’è persino qualcosa di bello nel pensare che un libro rimasto per anni immobile sul nostro scaffale possa ricominciare altrove, magari finendo proprio nelle mani giuste.
Adesso la libreria è ancora in costruzione, ma comincia finalmente ad assomigliarci: un po’ ordinata e un po’ no, piena di ossessioni, fasi, autori amati, libri letti e una quantità assolutamente ragionevole di possibilità future.
Quanto durerà questo principio di ordine? Non ne ho la minima idea. Del resto sto ancora spacchettando.
E da qualche parte, ne sono certa, c’è ancora uno scatolone di libri pronto a mandare all’aria tutta la teoria.
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