Con Il mangiatore di pietre è successa una cosa piuttosto curiosa: Longo mi ha raccontato una storia che mi interessava parecchio e, contemporaneamente, mi ha fatto passare metà del libro a desiderare che me ne raccontasse un’altra.
Partiamo dagli ingredienti, che sulla carta erano decisamente dalla mia parte: una valle di montagna, gente poco incline a farsi gli affari propri ma ancora meno incline a raccontarli, un ex passeur e, tanto per non farci mancare niente, un omicidio. Insomma, c’era tutto quello che serviva per farmi accomodare felice nel mio angolino di oscurità.
Al centro di tutto c’è Cesare, ex passeur, ed è proprio questa figura ad avermi affascinata più di ogni altra cosa. Prima di leggere Longo non ne sapevo praticamente nulla: i passeurs erano uomini che conoscevano la montagna palmo a palmo e attraversavano clandestinamente i confini accompagnando persone e merci lungo sentieri lontani dai controlli. Una realtà che ha attraversato epoche e motivazioni diversissime: il contrabbando, certo, ma anche l’emigrazione clandestina e il passaggio di uomini e donne da una parte all’altra della frontiera.
Ed è qui che la mia curiosità ha cominciato a superare la storia stessa.
Perché più andavo avanti, più avrei voluto che Longo scavasse proprio lì: nella memoria di quei passaggi, nel rapporto con il confine, nelle persone che affidavano la propria vita a qualcuno capace di leggere una montagna come una mappa. Il romanzo invece preferisce lasciare tutto sullo sfondo, quasi fosse qualcosa che il lettore conosce già. Io no, caro Longo. Io avevo appena scoperto i passeurs e a quel punto volevo sapere TUTTO.
Nel frattempo c’è pur sempre un omicidio da risolvere. Il mistero contribuisce a rendere tutto più cupo — cosa che personalmente non disdegno mai — e tiene insieme passato e presente, silenzi e vecchi conti. Solo che anche qui, arrivata alla fine, mi è rimasta una sensazione simile: la soluzione c’è, i pezzi vanno al loro posto, ma quasi in sordina. Mi aspettavo un po’ più di peso, uno di quei finali che ti fanno ripensare a quello che hai letto. Invece ho avuto quasi l’impressione che Longo dicesse: ah sì, comunque, per l’omicidio era così.
Perché alla fine Il mangiatore di pietre mi è piaciuto soprattutto per quello che mi ha fatto venire voglia di scoprire. Mi ha portata in un mondo che conoscevo pochissimo, dentro una storia di montagne e confini che ha continuato a incuriosirmi anche dopo aver chiuso il libro. Forse avrei semplicemente voluto che fosse Longo a raccontarmene un po’ di più.
Nel frattempo ho scoperto che nel 2018 ne hanno tratto anche un film. Quindi niente, con Cesare e queste montagne non ho ancora finito. E conoscendomi, temo che con i passeurs sia appena cominciata.
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