Prima di leggere Le scavatrici ero convinta di conoscere abbastanza bene ciò che era accaduto in Bosnia. Del resto parliamo degli anni Novanta, di qualcosa che è successo praticamente dietro casa nostra e mentre molti di noi erano già al mondo. Eppure sono bastate poche pagine per rendermi conto che quel mio “conoscere” era fatto soprattutto di immagini, nomi e avvenimenti rimasti da qualche parte nella memoria. Ed è stata una sensazione piuttosto scomoda. Perché una cosa è sapere che qualcosa è accaduto, un’altra è fermarsi davvero a guardare che cosa ha lasciato dietro di sé.
Taina Tervonen fa esattamente questo: guarda ciò che viene dopo. Quando la guerra è finita, almeno ufficialmente, ma ci sono ancora migliaia di persone disperse e altrettante famiglie che non sanno che fine abbiano fatto i propri figli, mariti, fratelli, padri. Segue il lavoro di Senem, antropologa forense che cerca di dare un'identità ai resti recuperati dalle fosse comuni, e quello di Darija, investigatrice che incontra le famiglie, raccoglie testimonianze e campioni di DNA.
Ed è qui che la lettura ha cominciato a colpirmi davvero: nell'attesa.
Perché non avevo mai pensato fino in fondo a cosa significhi non sapere. Aspettare per anni una telefonata che desideri con tutta te stessa e che, contemporaneamente, speri non arrivi mai. Continuare a cercare qualcuno sapendo perfettamente che trovarlo significherà, con ogni probabilità, perdere anche l'ultima possibilità che sia ancora vivo. Eppure quella speranza rimane. Magari cambia forma, diventa minuscola, irrazionale, perfino dolorosa, ma resta lì. E in qualche modo tiene insieme le giornate.
Tra le cose che più mi sono rimaste c'è anche il senso di colpa. Ma non quello, più immediato, di chi è sopravvissuto e si domanda perché. È qualcosa di ancora più assurdo: il senso di colpa per essere ciò che si è. Per appartenere a una comunità, portare un nome, essere nati dentro una tradizione o una religione che, improvvisamente, qualcuno ha deciso essere una colpa sufficiente per perseguitarti o ucciderti. E allora il meccanismo si rovescia nel modo più perverso possibile: chi ha subito la violenza finisce per domandarsi se proprio quella parte di sé non sia stata la causa di tutto.
Ed è una cosa sulla quale mi sono fermata parecchio, perché razionalmente sappiamo benissimo dove stia la colpa. Eppure basta ascoltare queste persone per capire quanto la violenza riesca ad andare oltre il momento in cui viene commessa: entra nel modo in cui guardi te stesso, nella tua identità, perfino nel diritto che senti di avere a essere semplicemente ciò che sei.
Forse è anche per questo che Le scavatrici, pur raccontando qualcosa di terribile, non mi è sembrato un libro schiacciato dal dolore. Il dolore c'è, sarebbe assurdo il contrario, ma insieme a lui c'è una quantità sorprendente di vita. Ci sono amicizie, lavoro, ostinazione, piccoli gesti quotidiani. C'è soprattutto quella capacità tutta umana – e francamente misteriosa – di continuare a fare la spesa, bere un caffè, innamorarsi, arrabbiarsi per cose insignificanti e progettare il giorno dopo anche quando una parte della propria vita è rimasta sepolta da qualche parte e non si sa nemmeno dove.
Ed è forse proprio questa normalità ad avermi colpita più di tutto. Perché la vita non si ferma educatamente davanti al dolore. Continua a pretendere bollette, pranzi, appuntamenti, compleanni. E tu continui con lei, anche se magari da vent'anni aspetti di sapere dove sia tuo fratello.
Ed è qui che il libro, almeno per me, smette di parlare soltanto della Bosnia.
Perché è troppo facile pensare alle guerre come a qualcosa che comincia e finisce insieme alle immagini che vediamo in televisione. Poi le immagini cambiano, noi cambiamo canale e, piano piano, anche quello che sembrava impossibile da dimenticare finisce in qualche angolo della memoria. Ma per qualcuno il dopo è appena cominciato.
Le famiglie di cui parla Tervonen esistono oggi. Cercano ancora oggi. Aspettano ancora oggi.
E questa consapevolezza mi ha fatto sentire anche un po' sciocca per tutte le volte in cui ho pensato alla guerra in Bosnia come a qualcosa di lontano. Non lo è. Non temporalmente, visto che parliamo degli anni Novanta, e soprattutto non lo è per chi ancora oggi aspetta che qualcuno riesca a dare un nome a poche ossa ritrovate nella terra.
Forse è per questo che considero Le scavatrici una lettura doverosa. Parola antipaticissima, lo so: sa subito di compiti per le vacanze e libro assegnato dalla prof. Ma non ne trovo una migliore. Doverosa perché mi ha costretta a guardare un po' più a lungo qualcosa su cui, evidentemente, avevo guardato troppo in fretta.
E soprattutto perché Tervonen non racconta queste persone soltanto attraverso ciò che hanno perduto. Le lascia vivere. Ridere, lavorare, ricordare, aspettare. Continuare.
Forse è proprio questo che mi porto dietro da Le scavatrici: non soltanto ciò che una guerra distrugge, ma l'incredibile lavoro che viene dopo. Quello di chi scava nella terra. E quello, molto più lungo, di chi resta e prova a rimettere insieme i pezzi.
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