Erano anni, ANNI, che non leggevo un fantasy con la F maiuscola. Di quelli che ti fanno dimenticare per qualche ora dove ti trovi, che ti trascinano in un altro mondo e, quando finalmente riemergi, ti lasciano con la spiacevole sensazione di aver appena salutato qualcuno a cui volevi bene.
E voi mi direte: «Eh be', Pina, hai scoperto l'acqua calda! Volevi forse mettere in discussione Ursula K. Le Guin?». Lo so, lo so. Arrivo con qualche decennio di ritardo, ma lasciatemi almeno il piacere della scoperta!
Il problema, adesso, è capire da dove cominciare a raccontarvi tutto quello che ho trovato in Terramare, perché qui c'è talmente tanta roba che rischio di scrivere un trattato. E siccome Le Guin riesce a dire cose enormi senza sprecare una parola, cercherò almeno di prendere esempio.
Partiamo dal mondo che ha costruito: Un arcipelago di isole, draghi, maghi, antiche lingue e nomi segreti.
Gli ingredienti del fantasy ci sono tutti, eppure non è stata tanto la componente fantastica a conquistarmi. O meglio, è il modo in cui Le Guin la tratta ad avermi lasciata a bocca aperta. Terramare non sembra un mondo inventato per il lettore, ma un mondo che esisteva già molto prima che noi decidessimo di metterci piede. Non c'è bisogno di giustificare ogni magia, spiegare ogni usanza o fermare continuamente la narrazione per raccontarci come funzionano le cose. Le isole hanno una storia, gli abitanti una cultura, la magia delle regole che nessuno sente il bisogno di esibire. Tutto è così naturale, così profondamente radicato nell'universo narrativo, che dopo poche pagine smetti di chiederti se sia credibile. Lo è e basta. E forse la cosa più straordinaria è proprio questa: Le Guin non ti chiede di credere a Terramare. Ti ci fa abitare.
Ma per quanto abbia amato perdermi tra quelle isole, non sono i draghi, gli incantesimi o le traversate per mare ciò che mi porterò dietro. È tutto quello che si nasconde sotto.
Le storie di Terramare hanno spesso inizi quasi disarmanti. Un ragazzo che scopre di possedere un dono, una bambina destinata a diventare sacerdotessa, un viaggio, una missione. Sembrano racconti semplici, quasi fiabe di cui pensiamo di conoscere già il finale. Il protagonista affronterà qualche prova, sconfiggerà il male, imparerà la lezione e tutti a casa felici e contenti. E invece no. O almeno, non proprio. Perché Le Guin prende quelle strutture così familiari e le usa per portarci in territori decisamente meno rassicuranti. Parla di orgoglio, paura, solitudine, potere, perdita, identità. E soprattutto di quella fatica enorme che facciamo per riconoscere le parti di noi stessi che preferiremmo ignorare.
Non è un caso che a Terramare conoscere il vero nome di qualcosa significhi avere accesso alla sua essenza. Ho trovato questa idea di una bellezza incredibile, soprattutto pensando a quanto spesso, nella vita reale, ci ostiniamo a non dare un nome alle nostre paure. Finché restano vaghe, indefinite, possiamo fingere che non esistano. Ma quando finalmente troviamo il coraggio di chiamarle per nome, ecco che siamo costretti a guardarle in faccia. E non è detto che ci piaccia quello che vediamo. Le Guin, però, non ci racconta la comoda favola secondo cui basta affrontare un mostro per liberarsene una volta per tutte. A volte quel mostro siamo noi. A volte non c'è proprio niente da sconfiggere, ma qualcosa da riconoscere, accettare, imparare a portare con sé.
E qui arriviamo a un altro aspetto che ho amato profondamente: le cicatrici. Quelle visibili e quelle che nessuno vede. Quelle che ci ricordano ciò che abbiamo perso, gli errori commessi, le persone che siamo stati. In Terramare le esperienze lasciano segni, e quei segni non spariscono magicamente con l'ultima pagina. Non sempre si guarisce del tutto, non sempre si torna quelli di prima. Ma si continua a vivere, e magari proprio quella ferita finisce per insegnarci qualcosa che non avremmo potuto imparare altrimenti. Non so voi, ma io trovo molto più consolante questa idea della vita rispetto alla promessa di un lieto fine perfetto.
I primi quattro libri li ho divorati. Uno dietro l'altro, con quella voracità un po' indecorosa che mi prende quando trovo una storia dalla quale non ho nessuna intenzione di separarmi. Con gli ultimi due, invece, ho fatto più fatica. Non perché li abbia trovati meno interessanti, ma perché ho avvertito un cambiamento nel ritmo e nel modo di raccontare, quasi che l'autrice mi chiedesse di fermarmi più spesso a riflettere. E io, che ormai avevo preso residenza nell'arcipelago, evidentemente non ero sempre disposta a rallentare.
A questo proposito, ho scoperto una cosa interessante: i primi tre romanzi furono pubblicati tra il 1968 e il 1972, mentre per il quarto, Tehanu, bisogna aspettare addirittura il 1990. Gli ultimi due volumi arrivarono nel 2001. Insomma, Le Guin ha attraversato più di trent'anni di vita insieme al suo mondo, e in quel tempo sono cambiate anche le domande che sentiva il bisogno di porsi. Ed è una cosa che mi affascina parecchio, perché Terramare non si limita a raccontare la crescita dei suoi personaggi: in un certo senso, cresce insieme alla sua autrice. Nei libri successivi Le Guin torna infatti a interrogarsi su questioni che nei primi romanzi sembravano quasi assodate. Chi può esercitare il potere? Perché la magia appartiene soprattutto agli uomini? E quanto valore attribuiamo a una persona quando perde proprio ciò che la rendeva straordinaria? Non è soltanto un ampliamento della storia, ma una rilettura del mondo che lei stessa aveva creato. E trovo bellissimo che una scrittrice sia stata capace di mettere in discussione persino le proprie regole.
Ma torniamo a noi, perché c'è un ultimo pensiero che continua a girarmi in testa da quando ho chiuso il libro. Avrei voluto leggere Terramare molti anni fa, proprio mentre mi affacciavo a quel famigerato mondo dei grandi, con la convinzione che diventare adulti significasse finalmente imparare a gestire tutto. Le paure, gli errori, le delusioni e, possibilmente, anche il resto. (Insomma, avevo aspettative piuttosto ambiziose, eh eh eh!)
Chissà, forse Ged e Tenar mi avrebbero aiutata a capire prima che non funziona esattamente così. Che certe paure non scompaiono, che alcune ferite continuano a farsi sentire anche dopo molti anni e che non dobbiamo necessariamente uscire vincitori da ogni battaglia. A volte è già una gran cosa riuscire a riconoscere ciò che ci spaventa e trovare il coraggio di conviverci. O forse, a quell'età, non avrei capito un accidente di tutto questo. Avrei seguito le avventure, amato i draghi e aspettato impazientemente il prossimo incantesimo. Poco male. Ci sono arrivata adesso, e sono felice di averlo fatto. Con qualche certezza in meno rispetto a quando avevo vent'anni, ma forse con qualche strumento in più per comprendere quello che Le Guin aveva da raccontarmi. E, tutto sommato, scoprire che non occorre avere tutte le risposte per trovare la propria strada mi sembra già una lezione niente male.
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